La scoperta di Tutankhamon: mistero nella Valle dei Re
La sabbia del deserto sa custodire i segreti meglio di chiunque altro. Per generazioni, gli scavi nella Valle dei Re avevano svelato corridoi oscuri, sarcofagi infranti, tesori sottratti dal tempo e dagli uomini. Ma ancora nessuno aveva visto ciò che, in quel novembre del 1922, stava per apparire alla luce tremolante di una candela. Immaginate il silenzio di una valle pietrosa all’alba, interrotto soltanto dal picchiettare ritmico dei picconi e dal fruscio dei cestini di macerie. Un gradino di pietra, poi un altro. Una scalinata coperta da secoli di detriti comincia a emergere dove nessuno più sperava. Howard Carter osserva, prende appunti, ordina cautela: le impronte nel polveroso corridoio non sono soltanto quelle dei suoi operai, ma dell’intera storia dell’archeologia, sospesa sull’orlo di un ritrovamento che cambierà per sempre il nostro sguardo sull’antico Egitto.
Di Tutankhamon, fino a quel momento, si sapeva poco e nulla: un giovane faraone della XVIII dinastia, vissuto nel turbolento periodo successivo alla rivoluzione religiosa di Akhenaton, morto attorno ai 18 o 19 anni. Il suo nome, cancellato e poi ripristinato, era un bisbiglio tra i frammenti: sigilli, figurine, qualche cartiglio. La sensazione diffusa tra gli studiosi era che di lui non restasse granché, e che la Valle dei Re, scandagliata senza sosta già dal XIX secolo, fosse ormai esausta. Eppure Carter, metodico e ostinato, aveva coltivato una certezza: una tomba reale ancora mancava all’appello.
Quando la prima porta sigillata apparve, recante i marchi della necropoli – lo sciacallo Anubi su nove prigionieri – si capì che non si trattava di un ennesimo deposito. Dietro quelle pietre, nascosti all’avidità dei predoni e alla distrazione dei secoli, giacevano oggetti intatti, ancora al loro posto, ancora vivi dell’odore delle resine e del legno di cedro. “Vede qualcosa?”, chiese Lord Carnarvon, giunto in fretta da l’Inghilterra. “Sì, cose meravigliose”, rispose Carter, secondo la frase che la stampa rese immortale. Ma quelle “cose meravigliose” non erano soltanto oro e lapislazzuli. Erano un racconto rimasto sospeso per più di tremila anni: il Mediterraneo in fermento, le crisi di successione, il fragile ritorno degli dèi di Tebe, l’infanzia di un sovrano e la sua morte improvvisa. La tomba KV62, minuscola rispetto alle grandi camere dei giganti del Nuovo Regno, stava per diventare il più grande spettacolo dell’archeologia moderna e, insieme, il suo enigma più duraturo.
Lo sapevi? Nel 1912 Theodore Davis scrisse che la Valle dei Re era ormai “esaurita”: dieci anni dopo, la tomba di Tutankhamon lo smentì clamorosamente.
La Valle dei Re all’inizio del XX secolo: un palcoscenico di ombre e promesse
All’alba del Novecento la Valle dei Re era già una terra consumata da picconi e teorie. Esploratori e antiquari, da Belzoni a Lepsius fino alle missioni ufficiali, avevano aperto decine di ipogei, scansionato pareti e inventariato mummie. Il paesaggio, austero e accecante, era punteggiato da cumuli di detriti e capanne di operai; i cunicoli, come vene sotterranee, correvano tra il calcare e le piramidi rovesciate dei wadi. Nel 1912, l’americano Theodore M. Davis, dopo una stagione fortunata di ritrovamenti – tra cui la misteriosa KV55, collegata al periodo amarniano – dichiarò la Valle “esaurita”. Fu un giudizio che pesò come una pietra. Molti concessero credito a quell’autorevolezza: troppe campagne, troppo poco da scoprire, troppi segni di saccheggi antichi che avevano svuotato gli ipogei.
Eppure, a contraddire la rassegnazione, c’erano tracce sottili: piccoli oggetti con il cartiglio di Tutankhamon, frammenti, sigilli; indizi sparpagliati che, cartografati con pazienza, componevano un mosaico suggestivo. Howard Carter, che aveva lavorato come copista e ispettore dell’Egyptian Antiquities Service, non era disposto ad arrendersi. Aveva rilevato sistematicamente i depositi e le zone ancora coperte da macerie, convinto che proprio sotto la rampa d’accesso alla tomba di Ramses VI potesse celarsi qualcosa. La logica topografica degli antichi costruttori, il modo in cui si riutilizzavano aree e gallerie, e il destino di un re giovane morto all’improvviso sembravano indicare quell’angolo di ghiaia e detriti.
La situazione politica della regione, nel frattempo, stava cambiando. Nel 1922 l’Egitto ottenne l’indipendenza formale dal protettorato britannico. Le concessioni di scavo, i diritti di divisione dei reperti, la supervisione del Servizio delle Antichità – allora diretto da Pierre Lacau – divennero temi delicati. L’archeologia non era mai stata soltanto scienza: era anche diplomazia, economia, identità nazionale. In questo clima, ogni nuova buca nella roccia assumeva un’eco politica. La tensione tra l’attesa della scoperta e il timore di non trovare nulla alimentava il carattere quasi teatrale della Valle: una conca di pietra in cui si incontravano ambizioni britanniche, orgoglio egiziano e la lunga ombra dei faraoni.
Lo sapevi? Nei racconti popolari un “ragazzo dell’acqua” avrebbe individuato il primo gradino della scala; nei registri di Carter l’episodio non compare e la storia è considerata apocrifa dagli studiosi.

Howard Carter: metodo, ostinazione e un mecenate impaziente
Howard Carter non nacque accademico. Figlio di un pittore di animali, iniziò la sua carriera come copista per l’Egypt Exploration Fund sul finire dell’Ottocento, imparando a riprodurre con precisione le decorazioni tombali. Quella formazione da artista lo rese uno dei più attenti documentaristi del suo tempo: sapeva che una linea mancata o un colore frainteso potevano alterare il senso di un’intera scena funeraria. Divenne poi ispettore capo per l’Alto Egitto (1899–1905), periodo durante il quale supervisionò scavi e restauri, finché un incidente diplomatico a Saqqara – Carter si rifiutò di scusarsi dopo uno scontro tra turisti francesi e guardiani egiziani – lo costrinse alle dimissioni. Fu allora che conobbe George Herbert, quinto conte di Carnarvon, un aristocratico inglese con la passione per l’egittologia e il denaro necessario per sostenerne i costi.
Dal 1907, Carter divenne l’uomo di fiducia di Carnarvon in Egitto. Ottenne la concessione di scavo nella Valle dei Re e, con pazienza, iniziò a liberare strati di detriti accumulati nei secoli. La Prima guerra mondiale interruppe molti lavori; ma dal 1917 Carter tornò sistematicamente in Valle. L’inverno era la stagione degli scavi: quando l’aria si faceva più sopportabile, i picconi riprendevano a battere. Anno dopo anno, nulla di veramente decisivo. Il mecenate iniziò a perdere fiducia. Nel 1922 Carter ottenne un’ultima campagna: avrebbe concluso l’area sotto l’accesso di Ramses VI e, se non avesse trovato nulla, la concessione sarebbe finita. Non fu la fortuna cieca a guidarlo, ma l’ostinazione di chi, leggendo carte e leggendo la roccia, aveva intuito una possibilità.
Carter era razionale e prudente, ma conosceva il potere del racconto. Pretese documentazione minuziosa: cataloghi, disegni, fotografie. Per questo chiamò il fotografo Harry Burton, dell’Institute of Fine Arts del Metropolitan Museum, il cui obiettivo avrebbe trasformato la luce obliqua della tomba in immagini iconiche. Affiancato dall’ingegnere Arthur Callender e da squadre di operai esperti, Carter impose un ritmo lento e disciplinato: nessun oggetto doveva essere spostato senza prima essere fotografato nella sua posizione esatta, nessun sigillo doveva essere rotto senza la presenza delle autorità egiziane.
Lo sapevi? La frase “Sì, cose meravigliose” è entrata nella leggenda; al di là della forma esatta, l’ammirazione di Carter è attestata dalle sue note e dalle prime fotografie di Harry Burton.

Novembre 1922: scale nella sabbia, sigilli intatti e “cose meravigliose”
La data da ricordare è il 4 novembre 1922. Quel giorno gli operai di Carter, sgombrando una zona vicino all’ingresso della tomba di Ramses VI, intercettarono il bordo superiore di un gradino tagliato nella roccia. La pulizia meticolosa rivelò una scala discendente, coperta per secoli da pietrisco. Alla base, una porta intonacata e sigillata: i sigilli, impressi nell’argilla, mostravano l’iconico emblema della necropoli, Anubi sopra nove archi, e – soprattutto – cartigli con il nome di Tutankhamon. Carter fece richiudere con cura, fece apporre i sigilli e telegrafò a Carnarvon in Inghilterra.
Lord Carnarvon arrivò in Egitto il 23 novembre con sua figlia, Lady Evelyn Herbert. Tre giorni dopo – il 26 novembre – Carter praticò una piccola apertura nella porta e, alla luce di una candela, guardò dentro. Vide statue dorate avvolte in lino, casse laccate, letti funerari a forma di animali, troni, una confusione sublime di oggetti, come se il tempo si fosse compiaciuto di comprimere un intero regno in una singola stanza. “Vede qualcosa?”, domandò Carnarvon impaziente. “Sì, cose meravigliose”, rispose Carter secondo la memoria più nota; fu l’inizio della leggenda.
Quella prima stanza era l’anticamera. A sinistra, una piccola annessa; di fronte, una seconda porta murata conduceva alla camera funeraria. Sul pavimento, orme antiche di ladri: la tomba, benché intatta nel complesso, aveva subito almeno due intrusioni in epoca remota, poi nuovamente sigillate dai funzionari della necropoli. Ma l’essenziale era rimasto: il cuore del corredo, la camera del sarcofago, la tesoreria con il baldacchino canopico. Carter decise di non cedere alla tentazione di forzare subito l’accesso al sepolcro: avrebbero impiegato mesi, anzi anni, a documentare e rimuovere il contenuto stanza per stanza. Il 16 febbraio 1923, alla presenza delle autorità egiziane, la camera funeraria venne finalmente aperta: al suo centro, un grande sarcofago in quarzite gialla racchiudeva tre bare antropoidi, l’ultima delle quali – lo si scoprirà – era in oro massiccio.
Lo sapevi? Il pugnale di ferro rinvenuto sul corpo di Tutankhamon è stato analizzato nel 2016: la composizione (ricca di nichel e cobalto) indica un’origine da meteorite.
Accanto allo scrupolo scientifico, esplose il fenomeno mediatico. Quotidiani da Londra a New York riportarono la notizia con titoli trionfali. La parola “Tutankhamen” (nella grafia dell’epoca) divenne improvvisamente familiare a milioni di lettori. E con la fama, arrivò anche la mitologia: presagi, serpenti, maledizioni. Carter, imperturbabile, proseguì con la sua equipe, consapevole che la vera meraviglia non erano i titoli di giornale, ma l’integrità straordinaria di un contesto archeologico quasi unico per l’Egitto faraonico.
Tesori e simboli: il corredo di un re bambino
L’inventario ufficiale parlerà di 5.398 oggetti. Dietro il numero, un cosmo. Nella sola anticamera, sei carri da parata e da caccia smontati, letti funerari dalle forme fantastiche – leonessa, vacca celeste, ippopotamo-coccodrillo – e casse finemente intarsiate contenenti vesti, sandali, giochi da tavolo come il senet, boomerang per la caccia agli uccelli, mazze e archi. C’erano mazzi di fiori disseccati, resti di alimenti e anfore di vino con etichette che riportavano il “millésime” regale: l’anno del regno e la provenienza delle uve, come un’annotazione enologica ante litteram. Il trono d’oro, con la scena tenerissima di Ankhesenamon che unge il marito, testimonia una continuità stilistica con l’arte di Amarna, addolcita e ritualizzata.
Nel cuore della camera funeraria, quattro grandi santuari lignei dorati – autentici scrigni concentrici – racchiudevano il sarcofago di quarzite. Al loro interno, tre bare antropoidi a incastro: la più interna, in oro massiccio, con intarsi di pasta vitrea e pietre dure, pesava oltre un quintale. Sul volto del re, la maschera d’oro con inlay di lapislazzuli, quarzo e ossidiana: 10,23 chilogrammi di perfezione, divenuti l’icona universale dell’antico Egitto. Nella Tesoreria, un maestoso santuario canopico in calcite (alabastro) era protetto dalle figure dorate di Iside, Nefti, Neith e Selkis, che spalancano le braccia attorno al cofanetto come custodi divine degli organi mummificati.
Lo sapevi? Le anfore di vino riportavano l’anno di vendemmia secondo il regno del faraone: una delle più antiche “etichette” della storia enologica, utile oggi per datare il corredo.
Le due statuette nere del re, laccate e rivestite d’oro, poste come guardiani sulla soglia della camera funeraria, sono fra le immagini più potenti del complesso: il faraone, in passi rituali, custodisce se stesso. E poi minuscoli scettri, pugnali – uno in oro, l’altro in ferro meteoritico – collane a falcone, guanti, diademi, amuleti a scarabeo. Oltre quattrocento ushabti, piccoli servitori per l’aldilà, attendono silenziosi di rispondere alla chiamata.


Il giovane re: tra Amarna e la restaurazione degli dèi di Tebe
Per comprendere la potenza simbolica di KV62 bisogna ricordare chi fu Tutankhamon. Salì al trono attorno al 1332 a.C., dopo il regno di Akhenaton, il sovrano che aveva trasferito la capitale ad Akhetaton (Amarna) e imposto un’enfasi quasi esclusiva sul dio Aton. Il giovane faraone, nato come Tutankhaton, cambiò il suo nome in Tutankhamon – “vivente immagine di Amon” – attorno al terzo anno di regno, segnando un ritorno alla tradizione tebana. La cosiddetta “Stele della Restaurazione”, esposta a Karnak, proclama la riapertura dei templi, la rifusione delle statue divine, la riattivazione dei culti soppressi o trascurati durante il periodo amarniano.
Dietro quel passaggio spirituale si muovevano uomini esperti: Ay, alto dignitario che sarebbe poi salito al trono, e Horemheb, generale e futuro faraone, furono i veri registi della politica. La corte, probabilmente stanziata tra Menfi e Tebe, ricostruì la rete amministrativa, cercando di ricomporre l’ortodossia religiosa e la stabilità diplomatica. Le relazioni internazionali del tempo – con gli Ittiti, Mitanni, Babilonia – erano tese. Dopo la morte di Tutankhamon, una regina egizia (identificata da molti con Ankhesenamon, vedova del giovane re) scrisse al re ittita Suppiluliuma I chiedendo uno dei suoi figli in sposo: un fatto eccezionale, che segnala la crisi dinastica. Il principe ittita Zannanza, inviato in Egitto, morì lungo il tragitto, forse vittima di un assassinio politico.
Lo sapevi? Nella tomba furono rinvenute due piccole mummie femminili: probabilmente figlie nate morte di Tutankhamon e Ankhesenamon, testimonianza tragica della fragilità della linea dinastica.
La vita di Tutankhamon fu breve. Le sue immagini nella tomba lo mostrano in piena regalità, ma l’analisi moderna ha suggerito fragilità fisiche: problemi al piede, possibile uso di bastoni (oltre un centinaio furono trovati nel corredo). La morte, attorno ai diciotto o diciannove anni, colse il regno impreparato. Una tomba relativamente piccola, forse non progettata per un faraone, fu adattata in fretta: le pitture della camera funeraria – con Ay che compie il “rito dell’apertura della bocca” sul defunto – non lasciano dubbi sulla successiva successione.
Scienza in azione: autopsie, raggi X, DNA e l’eco di nuovi enigmi
Se la scoperta del 1922 creò il mito, le indagini scientifiche del XX e XXI secolo hanno dato profondità alla vicenda. Nel 1925 l’anatomista Douglas Derry eseguì il primo esame dettagliato della mummia: un’operazione difficile, perché gli oli e le resine usati durante l’imbalsamazione avevano incollato i bendaggi e gli oggetti al corpo. Decenni dopo, nel 1968, una serie di radiografie condotte da R.G. Harrison offrì nuove informazioni, iniziando a smentire con dati oggettivi alcune teorie sensazionalistiche su un presunto colpo alla testa.
Un salto ulteriore arrivò con la tomografia computerizzata nel 2005, che restituì una visione tridimensionale non invasiva. La TAC rivelò una frattura alla gamba sinistra, probabilmente perimortale, e confermò che il foro alla base del cranio – spesso citato come prova di un omicidio – è molto più verosimilmente legato alle pratiche d’imbalsamazione o a danni post-scoperta. Nel 2010, un team guidato da Zahi Hawass pubblicò i risultati dell’analisi del DNA su Tutankhamon e altri membri della famiglia reale: il quadro genetico suggerisce che il padre sia l’individuo della tomba KV55 (verosimilmente Akhenaton) e la madre la cosiddetta “Younger Lady” della KV35; le analisi rilevarono anche tracce di Plasmodium falciparum, l’agente della malaria. L’insieme dei dati ha fatto propendere molti studiosi per una morte dovuta a complicazioni multiple – malattia e trauma – piuttosto che a un assassinio.
Lo sapevi? Nella KV62 furono rinvenuti oltre 400 ushabti: statuine-servitori chiamate a lavorare per il sovrano nell’aldilà, ognuna iscritta con formule di attivazione.
Sul fronte dei materiali, uno studio del 2016 confermò la natura “extraterrestre” del ferro di un pugnale deposto sulla mummia: la composizione, con alti livelli di nichel e cobalto, è tipica del ferro meteoritico, metallo raro e prezioso nell’Età del Bronzo. Altre indagini hanno interessato le vernici, i legni (cedro del Libano, sicomoro, ebano) e le tecniche orafe, rivelando una rete di approvvigionamento e saperi che attraversava l’Oriente mediterraneo.
Non tutti i misteri, però, si sono sciolti nel laboratorio. Nel 2015 l’egittologo Nicholas Reeves avanzò l’ipotesi che dietro le pareti dipinte della camera funeraria potessero celarsi camere ancora ignote, forse parte di un originario sepolcro destinato a Nefertiti. Indagini radar iniziali parvero suggerire anomalie, ma scansioni successive, condotte tra il 2016 e il 2018 da team internazionali – tra cui il Politecnico di Torino – conclusero che non esistono cavità significative oltre le pareti dipinte. La tomba di Tutankhamon rimane dunque, salvo nuove evidenze, quella che vediamo: un ipogeo relativamente piccolo, nato forse per un privato o un dignitario e riadattato in fretta per il re.
Maledizioni, politica e celebrità: la nascita della “Tutmania”
A pochi mesi dall’apertura della camera funeraria, il 5 aprile 1923, Lord Carnarvon morì al Cairo per una setticemia innescata da un’infezione, forse partita dal morso di una zanzara aggravato da una ferita da rasoio. La stampa sensazionalistica intrecciò l’evento con l’idea di una “maledizione del faraone”, alimentata da aneddoti – come il racconto di un cobra entrato nella casa di Carter e divoratore del suo canarino – e da coincidenze trasformate in presagi. In realtà, molti dei protagonisti dell’impresa – a cominciare dallo stesso Carter, morto nel 1939 – vissero a lungo. La “maledizione” dice più sulla psicologia del pubblico e sulla fame di meraviglioso che non sugli antichi egizi.
Lo sapevi? La morte di Carnarvon generò leggende, tra cui il presunto “blackout” al Cairo nel momento del decesso: un racconto affascinante, ma non documentato con certezza dalle fonti coeve.
In parallelo, la scoperta divenne materia politica. Il Servizio delle Antichità egiziano, guidato da Pierre Lacau, rivendicò un controllo stringente sullo scavo e la proprietà dei reperti, in un’epoca in cui la “divisione” dei materiali era ancora prassi in contesti non regali. La giovane monarchia egiziana, fresca di indipendenza, fece della tomba un simbolo nazionale. Nel 1924 tensioni amministrative portarono a una temporanea chiusura del cantiere a Carter, poi riaperto sotto precise condizioni; i lavori di documentazione e sgombero proseguirono fino al 1932, quando l’ultima cassa lasciò la Valle per raggiungere il Museo Egizio del Cairo.
Nel secondo Novecento, KV62 tornò periodicamente a far parlare di sé. La grande mostra “Treasures of Tutankhamun” al British Museum (1972) e poi il tour statunitense (1976–1979) scatenarono una vera “Tutmania”: code interminabili, copertine, merchandising, e una rinnovata stagione di studi. Immagini come la maschera d’oro divennero icone globali, mentre migliaia di visitatori imparavano parole come “ushabti” e “canopo”. Oggi, una presentazione museale ancora più organica del corredo è attesa presso il Grand Egyptian Museum di Giza, concepito per esporre una selezione ampia e coerente degli oggetti di KV62, contestualizzandoli con la storia del regno e della loro scoperta.

Conclusioni: perché Tutankhamon continua a parlarci
La tomba di Tutankhamon è un prisma. Ogni faccia rifrange un aspetto diverso della nostra relazione con il passato: il fascino del tesoro, la sete di mistero, la pazienza della ricerca, la lotta per la conoscenza tra burocrazie e nazionalismi. Se i grandi ipogei dei faraoni più celebri ci appaiono come epopee, KV62 è un racconto breve e incisivo. È piccola – certo – ma proprio per questo, come una camera d’ambra, ci restituisce il profumo integro di un’epoca. La straordinaria integrità del corredo rende la tomba un laboratorio unico per storici dell’arte, archeologi, scienziati dei materiali. Dalle impronte delle corde sui sarcofagi al posizionamento dei carri, dai residui di resina alle etichette sui vasi, ogni dettaglio è indizio. E ogni indizio, interrogato con pazienza, comincia a cantare.
Carter e i suoi collaboratori avevano compreso che l’unico modo per onorare quella fortuna era la lentezza: fotografie di Harry Burton che ancora oggi commuovono, piani e diari che costituiscono un modello metodologico. E tuttavia, gli oggetti, una volta sradicati dal loro microclima, hanno bisogno di cure; la storia di KV62 è anche una storia di conservazione, di restauri, di scelte museografiche. In questo pendolo tra rivelazione e tutela, tra esposizione e studio, si misura la maturità dell’archeologia contemporanea.
Resta il mito di Tutankhamon, che non è un mito antico ma modernissimo: un re bambino che attraversa il Novecento per raccontarci il nostro bisogno di narrazioni assolute. Dietro il luccichio dell’oro c’è però un giovane uomo, probabilmente fragile, cresciuto tra crisi religiose e grandi strategie di palazzo, precipitato troppo presto in un sonno millenario. Sapere che il suo pugnale fu forgiato da una stella caduta, che i suoi vini avevano annate come i nostri, che il suo trono racconta un gesto d’intimità regale, non appaga soltanto la curiosità: ci ricorda che il passato è fatto di dettagli umani. E che l’archeologia, quando funziona, non dissotterra solo “cose meravigliose”, ma rimette in circolo domande: sul potere, sulla memoria, sulla materia del tempo.
Così, tornando idealmente davanti alla porta sigillata con Anubi e i nove archi, possiamo riascoltare quel sussurro tra polvere e cera: non un sortilegio, ma l’invito a guardare meglio. Il mistero della tomba di Tutankhamon non è un muro invalicabile: è una superficie su cui la luce, muovendosi, cambia di continuo la figura. È per questo che KV62 continua a parlarci. Non finisce in un titolo di giornale, non si esaurisce in una maledizione o in una vetrina scintillante. È un esercizio di pazienza e d’immaginazione storica, il cui insegnamento più profondo è forse questo: ciò che crediamo “esaurito” – come pensava Davis della Valle – può ancora sorprenderci, se abbiamo il coraggio di tornare dove tutti hanno già cercato e la tenacia di continuare a domandare alla pietra, alla sabbia, alle stelle di ferro, il loro segreto.
Come verifichiamo questo articolo
Il testo è costruito su fatti storici archiviati nella nostra base dati e la stesura è assistita da AI. Per questo articolo non è registrata una revisione umana firmata. Segnalaci eventuali imprecisioni: correggiamo e aggiorniamo la data di modifica.
Aggiornato il
Stesura assistita da AI.
Leggi la nostra linea editorialeTi è piaciuto? Scopri altri articoli nella categoria Archeologia e Scoperte
